sabato, agosto 19, 2006
Cassazione sulla sentenza di separazione Albano-Power
Mantenimento figlie maggiorenni a Romina, che pero' perde assegno.
Cassazione sulla sentenza di separazione Albano-Power
Primo round 1-1 tra Bernardini Pace (Romina) e Galizia Danovi (Albano)
La Suprema Corte ha accolto la richiesta di Romina Power di un congruo assegno mensile da parte di Al Bano a favore delle due figlie maggiorenni conviventi con lei a Roma.
I giudici hanno anche voluto ribadire un concetto che riguarda la nuova legge sull'affidamento condiviso: gli emolumenti per i figli non dovranno essere divisi a metà ma continueranno a essere stabiliti in base al reddito dei genitori. [la legge in effetti dice che la suddivisione dei costi viene effettuata in proporzione al reddito di ciascuno]
Al Bano deve sobbarcarsi un cifra da stabilire (Romina ha chiesto diecimila euro al mese per ogni figlia). Al Bano si dice «sorpreso» della sentenza e si definisce «beffato» e urla allo «scandalo»,
«L'unico aspetto positivo della sentenza della Cassazione è che viene meno l'assegno a Romina Power»: questo il commento a caldo di Al Bano Carrisi.
In questi anni - aggiunge - ho pagato tutto io. Romina jr e Cristel hanno studiato nelle migliori scuole: la prima, la più piccola delle due, a Roma al Marymount e l'altra, assecondando un suo desiderio,in Svizzera. Ma ne sono contento, non mi sento una vittima per questo. Se ora dovrò versare più soldi, non vorrei che mi costringessero ad andare a rubare». Dopo la separazione, e prima del divorzio, «Quando è iniziata la mia relazione con Loredana Lecciso, lei ha iniziato a farmi la guerra. Non so che cosa scatta nella mente di una donna, per questi anni le ho sempre versato 3.600 euro al mese».
L'ex moglie del cantante pugliese di Cellino San Marco non avrà, però, diritto ad alcun assegno di mantenimento per sè: ad avviso della Suprema Corte, Romina non ha subito, dalla rottura coniugale, una «contrazione dei redditi tale da giustificare» un contributo economico da Albano.
Con questa decisione la Suprema Corte ha colto l'occasione per fare alcune importanti precisazioni anche sulla recente legge (n. 54 del 2006) sull'affido condiviso. In particolare la Cassazione ha accolto il primo dei tre motivi di ricorso presentati da Romina contro la decisione con la quale la Corte di Appello di Lecce il 27 aprile 2002, aveva affermato che l'affidamento congiunto di Cristel e Romina Jolanda significava che Albano non doveva dare alla loro madre alcun assegno per le due ragazze in quanto su ognuno dei due genitori — stante la scelta dell'affido «bigenitoriale» — «doveva gravare paritariamente» l'obbligo del mantenimento. Questa interpretazione sugli oneri economici dell'affido congiunto — nel senso che la bigenitorialità verrebbe intesa come divisione al 50% delle spese per i figli — non è stata condivisa dalla Cassazione che, senza mezze parole, la ha giudicata «errata». In proposito gli «ermellini» affermano che «anche la legge 54 del 2006, da poco approvata, è una ulteriore e definitiva conferma che l'affidamento congiunto non può certo far venire meno l'obbligo patrimoniale di uno dei genitori a contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza». Per la Cassazione l'affidamento congiunto non ha come «conseguenza automatica» il «principio che ciascuno dei genitori provvede in modo diretto ed autonomo alle esigenze dei figli». In pratica il genitore più «forte» economicamente, dovrà continuare a versare l'assegno per i figli nelle mani del genitore presso il quale i ragazzi vivono.
[NDR la legge dice che per figli maggiorenni l'assegno spetta direttamente ai figli, che possono decidere autonomamente della loro vita. si suppone che se un maggiorenne possa votare l'assegno spetti a lui direttamente. se i giudici ritengono che un maggiorenne non abbia diritto al mantenimento in forma diretta, farebbero meglio a interdire quel minore, al fine di evitare che quella persona incapace possa alterare i risultati elettorali.]
"Per i miei figli non ho mai lesinato niente, a Cristel e Romina ho sempre pagato le spese per l'istruzione, ed hanno frequentato ottime scuole. Per quanto riguarda la mia ex moglie, sono stanco e amareggiato, e da anni le verso un assegno, anche se e' stata lei la promotrice della nostra divisione". Cosi' Albano Carrisi, raggiunto telefonicamente dall'Agi, commenta la sentenza.
La sentenza della Suprema Corte, come spiega il difensore del cantante, l'avvocato Anna Galizia Danovi, si riferisce ai patti di separazione, mentre in fase di divorzio, il giudice del tribunale di Brindisi ha stabilito che Albano debba versare una somma a favore della ex moglie. "Sono contenta per il principio espresso dalla Cassazione sull'assegno personale alla signora Power, di cui dovra' tenere conto il giudice del divorzio che, al contrario - afferma il legale - glielo aveva attribuito in via provvisoria. Contro questa decisione noi continuiamo a presentare domande di modifica che ancora non sono state esaminate".
Sul mantenimento alle due figlie, aggiunge l'avvocato, nulla da obiettare, "Albano non lo ha mai messo in discussione, ha sempre pagato quello che serviva, forse anche di piu' rispetto a quel che doveva".
Il cantante, tuttavia, definisce "una vicenda amara" questi anni passati nei tribunali per stabilire i criteri di affidamento delle figlie e il mantenimento. "Prima della separazione - racconta Albano - avevamo deciso cosa spettava a entrambi ed eravamo d'accordo su tutto. Poi, quando Romina ha chiesto l'affidamento esclusivo delle due ragazze, che erano andate da lei a Roma, ho capito che le cose erano cambiate, e sono iniziate le richieste di denaro... Un amore puo' durare un giorno, un anno o una vita, ci vorrebbe piu' rispetto per cio' che si e' vissuto. E poi, rispetto il punto di vista di Romina, ma non vedo perche' deve sempre essere l'uomo a pagare: e' lei che se n'e' andata, spezzando anche un duo di grande successo artistico".
A sette anni dalla separazione, coniugale e professionale, Albano Carrisi e Romina Power si 'fronteggiano' ancora nelle aule di giustizia. Una sentenza della Cassazione (n.18187) depositata oggi, ha accolto un ricorso della Power in merito alla rideterminazione del contributo dovuto da Albano per le due figlie piu' piccole nate dal loro matrimonio. Romina, infatti, si era vista respingere tale domanda (con la richiesta di 10 milioni di lire mensili per ogni figlia) dalla Corte d'appello di Lecce, insieme a quella con cui chiedeva che le venisse attribuito un assegno per il proprio mantenimento.
Nella vicenda in esame, inoltre, osservano gli 'ermellini', "pur essendo venuto meno l'affidamento in oggetto per essere le figlie divenute nel frattempo maggiorenni, tale circostanza non modifica per il giudice del rinvio i termini della questione, perdurando l'obbligo del mantenimento, indipendentemente dal raggiungimento della maggiore eta', finche' le figlie non diventino autosufficienti dal punto di vista economico".
Romina Power, pero', non ricevera' alcun assegno dall'ex marito per il proprio mantenimento: per i giudici di piazza Cavour, il suo ricorso su questo punto e' "inammissibile" e "logiche e sufficienti" sono state le argomentazioni della Corte di merito "non ritenendo la contrazione dei redditi della stessa in misura tale da giustificare la corresponsione di detto assegno e valutando in concreto la sua capacita' professionale e la frequente partecipazione a spettacoli, mostre ed altri eventi".
La Corte di Appello di Lecce invece aveva affermato che l'affidamento congiunto di Cristel e Romina Jolanda significava che Albano non doveva dare alla loro madre alcun assegno per le due ragazze in quanto su ognuno dei due genitori ''doveva gravare paritariamente'' l'obbligo del mantenimento. Per gli ermellini il genitore piu' 'forte' economicamente, dovra' continuare a versare l'assegno per i figli nelle mani del genitore presso il quale i ragazzi vivono.
Il matrimonio, anche artistico, della coppia - celebrato il 26 luglio del 1970 in un bagno di folla - è durato per quasi trenta anni, fino alla separazione consensuale registrata dal Tribunale di Brindisi il 27 maggio 1999.
Non è esattamente "Felicità" quella di Al Bano alla notizia della sentenza della Cassazione. Romina Power, sua moglie per 29 anni, ha avuto ragione e le loro figlie (maggiorenni) Cristel e Romina junior riceveranno dal Melodioso di Cellino un "congruo assegno". Il signor Carrisi: "E' uno scandalo, è stata lei ad andarsene. L'unico aspetto positivo della sentenza è che non dovrò più dare l'assegno a Romina, 3600 euro al mese". La Cassazione ha ricordato al cantante che "i figli si mantengono fino a quando non raggiungono l'indipendenza economica". Ancora Al Bano: "Se dovrò versare più soldi, non vorrei che mi costringessero ad andare a rubare. In questi anni ho pagato tutto io. I figli li ho cresciuti io. Mi sono ritrovato a fare da padre e da madre, mentre Romina aveva le crisi esistenziali".
(Fonte: "la Repubblica", "QN-Il Giorno", "Il Messaggero")
In particolare la Cassazione - con la sentenza 18187 depositata e resa pubblica solo oggi, nonostante la camera di consiglio si sia svolta lo scorso 27 febbraio - ha accolto il primo dei tre motivi di ricorso presentati da Romina, difesa dall'avvocato Annamaria Bernardini De Pace, contro la decisione con la quale la Corte di Appello di Lecce il 27 aprile 2002, aveva affermato che l'affidamento congiunto di Cristel e Romina Jolanda significava che Albano non doveva dare alla loro madre alcun assegno per le due ragazze in quanto su ognuno dei due genitori - stante la scelta dell'affido 'bigenitoriale' - ''doveva gravare paritariamente'' l'obbligo del mantenimento.
Questa interpretazione sugli oneri economici dell'affido congiunto - nel senso che la bigenitorialita' verrebbe intesa come divisione al 50% delle spese per i figli - non è stata condivisa dalla Cassazione che, senza mezze parole, la ha giudicata ''errata''.
In particolare la Cassazione - con la sentenza 18187 depositata e resa pubblica solo oggi, nonostante la camera di consiglio si sia svolta lo scorso 27 febbraio - ha accolto il primo dei tre motivi di ricorso presentati da Romina, difesa dall'avvocato Annamaria Bernardini De Pace, contro la decisione con la quale la Corte di Appello di Lecce il 27 aprile 2002, aveva affermato che l'affidamento congiunto di Cristel e Romina Jolanda significava che Albano non doveva dare alla loro madre alcun assegno per le due ragazze in quanto su ognuno dei due genitori - stante la scelta dell'affido 'bigenitoriale' - ''doveva gravare paritariamente'' l'obbligo del mantenimento.
Questa interpretazione sugli oneri economici dell'affido congiunto - nel senso che la bigenitorialita' verrebbe intesa come divisione al 50% delle spese per i figli - non è stata condivisa dalla Cassazione che, senza mezze parole, la ha giudicata ''errata''.
Per la Cassazione l'affidamento congiunto non ha come ''conseguenza automatica'' il ''principio che ciascuno dei genitori provvede in modo diretto ed autonomo alle esigenze dei figli''. In pratica il genitore piu' forte economicamente, dovrà continuare a versare l'assegno per i figli nelle mani del genitore presso il quale i ragazzi vivono.
Piazza Cavour precisa anche che se i figli sono maggiorenni - come nel caso di Cristel e Romina Jolanda, che hanno compiuto i 18 anni nel corso della causa - viene chiaramente meno l'affidamento, ma ''perdura l'obbligo del mantenimento, indipendentemente dal raggiungimento della maggiore età, finche' i figli non diventino autosufficienti dal punto di vista economico''.
Adesso la Corte di Appello di Lecce dovrà attenersi a questi principi e porre a carico di Albano un assegno per le due figlie (l'entità dovrà essere determinata), da corrispondere a Romina che aveva chiesto diecimila euro di mantenimento per ciascuna delle due ragazze.
A Romina - visto che non ha avuto successo la sua richiesta di ottenere un assegno per sè d i 5.164 euro al mese - rimane solo la possibilità di utilizzare due appartamenti nella tenuta agricola di Albano, nelle campagne di Cellino San Marco.
Dalle nozze della coppia sono nati altri due figli: il primogenito Yari, e la secondogenita Ylenia, scomparsa durante un viaggio negli Usa in circostanze mai chiarite. Albano ha poi avuto altri due bambini dalla successiva unione con Loredana Lecciso.
LA REAZIONE DI AL BANO
«Per i miei figli non ho mai lesinato niente, a Cristel e Romina ho sempre pagato le spese per l'istruzione, e hanno frequentato ottime scuole. Per quanto riguarda la mia ex moglie, sono stanco e amareggiato, e da anni le verso un assegno, anche se è stata lei la promotrice della nostra divisione».
«Prima della separazione - racconta Al Bano - avevamo deciso cosa spettava a entrambi ed eravamo d'accordo su tutto. Poi, quando Romina ha chiesto l'affidamento esclusivo delle due ragazze, che erano andate da lei a Roma, ho capito che le cose erano cambiate, e sono iniziate le richieste di denaro... Un amore può durare un giorno, un anno o una vita, ci vorrebbe più rispetto per ciò che si è vissuto. E poi, rispetto il punto di vista di Romina, ma non vedo perchè deve sempre essere l'uomo a pagare: è lei che se n'è andata, spezzando anche un duo di grande successo artistico».
La Bernardini Guerra [al condiviso] ha vinto la sua prima battaglia?
La questione, sotto il profilo giuridico, viene ridimensionata da Galizia Danovi, legale di Al Bano secondo la quale a modificare le cose non solo, negli ultimi due anni, è intervenuto il divorzio tra i due ex coniugi, ma sono anche cambiate le condizioni di vita delle due figlie.
"La più grande, Cristel, da anni non vive più con la madre ed è completamente autonoma sul fronte economico, e anche Romina Jolanda ha fonti di reddito e spesso sta a Cellino San Marco dal padre". Cristel lavora come cantante, mentre Romina Jr ha partecipato con il papà, come concorrente, all'ultima edizione dell'Isola dei Famosi, un'opportunità che la ha lanciata nel mondo della tv e delle ospitate.
Women millionaires will outnumber men in 15 years | the Daily Mail
Kenneth McFarlane was ordered to pay his ex-wife Julia £250,000 a year for life.
An age of huge divorce settlements together with the growing numbers of female entrepreneurs will boost the numbers of women among the wealthiest, it said. And women millionaires will become more common than men because they live longer - while the men will die off quicker.
The analysis from the Centre for Economics and Business Research said that at present, slightly more than half of the people whose assets rank between £500,000 and £1 million are women. Inflation alone will push them into the million-plus bracket.
But it added that by 2020 the spiralling level of divorce settlements awarded to wives of rich men will add to the numbers. The forecast comes in the wake of new legal precedents set by judges who have ruled that divorced women are entitled to up to half of their former husbands' assets - even if they have only been married for a short period or can claim to have done little to help amass his fortune.
In May the House of Lords handed down key decisions in two cases. Law Lords ordered Deloitte tax partner Kenneth McFarlane, who was earning more than £750,000 a year, to pay his ex-wife Julia £250,000 a year for life.
And in the other case, fund manager Alan Miller was told to pay his ex-wife Melissa £5million after a childless marriage which lasted less than three years.Earlier this month leading insurance broker John Charman was ordered to pay his former wife Beverley £48 million, more than a third of the couples' assets.
CEBR research Jaspreet Sehmi said: 'We estimate that by 2020, 53 per cent of millionaires will be female, with numbers boosted by comparative longetivity and by generous divorce settlements.' Women are also helped because the life expectancy of an average woman is between 80 and 81 year, while men can expect no more than 76 years of life.
La nuova legge sull’affido chiede ai genitori più maturità
| Il parere dello psicologo «La nuova legge sull’affido chiede ai genitori più maturità» | |
| di Salvatore Nigro |
martedì, luglio 04, 2006
mobbing - il caso Galoppo 2003
Il caso Galloppo, omicida e suicida
Otto luglio 2003, Genova, ore 21.30. L’ispettore Saverio Galoppo, 47 anni, in servizio alla Questura del capoluogo ligure, si è da poco suicidato con la pistola d’ordinanza dopo aver sterminato la famiglia: la moglie Assunta Russo, 43 anni, impiegata alle Poste, da cui era separato dal dicembre 2002, e i figli Sara e Davide, di otto anni e quattro anni.
Galoppo viveva lontano dalla famiglia da otto mesi. Inizialmente c’era stato un tentativo di riconciliazione interrotto dalla moglie. Il consulente di coppia, cui i Galoppo si erano rivolti, precisa che Assunta Russo aveva voluto interrompere la terapia dicendogli: «Questa volta lo butto fuori di casa e lo metto sul lastrico» (Il Secolo XIX). «Ha aspettato che finissimo di pagare i mobili, le spese straordinarie del caseggiato, il mutuo decennale per agire e dirmi: “Dimostralo che è casa tua, te ne devi andare, non ti voglio in casa”» (Il Secolo XIX). Così, secondo Galoppo, si è materializzata la richiesta di separazione. Lo scrisse in una lettera inviata al suo avvocato pochi giorni prima della strage,
Galoppo ripeteva che la sua vita era rovinata. Queste le dichiarazioni di un’amica dell’ispettore: «Poteva vedere i figli tre volte alla settimana, ma solo per poche ore. In più era rimasto senza casa ed era costretto a dormire in Commissariato (…) ripeteva: “Mi sveglio e mi trovo davanti un muro della caserma. In più non ho i miei bambini”» (Il Secolo XIX). L’ispettore era alla sua seconda separazione: «Dal punto di vista economico era sul lastrico: pagava il mantenimento alla prima moglie, e alla seconda un assegno mensile di 420 euro» (Il Secolo XIX).
La conflittualità nella separazioni si svolge spesso attraverso atteggiamenti distruttivi e sentimenti di profondo rifiuto. In questo senso, l’ipotesi che la moglie di Galoppo perseguisse lo scopo di “gettare sul lastrico” il marito è rappresentativa di quella che per molti padri e madri separati o divorziati è una condizione reale. Tra Saverio e Assunta, come vedremo, la conflittualità che sfociava in violenza era all’ordine del giorno. Ma ciò nulla toglie al fatto che, come confermano anche le statistiche, per un marito avviare un procedimento di separazione o divorzio voglia dire scontrarsi con l’orientamento dell’affidamento esclusivo alla moglie-madre. Di conseguenza, versare un assegno di mantenimento (per i figli ma spesso anche per l’ex coniuge), perdere il diritto di abitare nella ex casa coniugale, farsi carico del costo degli spostamenti e di tutto ciò che può essere previsto nelle visite infrasettimanali e nei week end di turno, può causare – soprattutto quando parliamo di persone con un reddito medio-basso – un evidente impoverimento delle proprie condizioni di vita che in alcuni casi può arrivare alla mera sussistenza.
Inolte, per Galoppo si prospettava una situazione affettivo-relazionale difficile da affrontare. Alcuni poliziotti hanno detto che si è trattato di uno sterminio familiare annunciato: la settimana prima del pluriomicidio, la moglie aveva fatto sapere al marito separato di essere intenzionata a trasferirsi con i figli in Puglia. «“L’ispettore Galoppo – spiega un suo collega – temeva che con il prossimo trasferimento della moglie e dei figli, non sarebbe più riuscito a vedere Davide e Sara, ai quali voleva molto bene. Probabilmente quella notizia è stata per Saverio la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso”» (Il Secolo XIX)
E ancora sui figli: «Mio padre adorava Sara e Davide e loro stavano volentieri con lui» – racconta Aurora, la figlia avuta dal primo matrimonio – «Proprio oggi ( il 10 luglio, ndr) doveva partire per le ferie e andare coi bimbi ad Afragola. Lei (la ex moglie, ndr) si è impuntata ed è riuscita, non so come, a far convocare mio padre in tribunale il 14 luglio per la separazione. Così aveva dovuto rinunciare alle vacanze con i bambini e lui c’era rimasto molto male». (Il Secolo XIX).
In generale, possiamo dire che interferenze e violazioni nell’esercizio del diritto di visita, ma anche il semplice disinteresse da parte del genitore affidatario nell’educare i figli ad un rapporto sano e costante con l’altro genitore, sono problematiche che di frequenza, pure se con modalità differenti, si rintracciano nelle separazioni difficili e che alimentano conflitti già esistenti.
Anche l’avvocato matrimoniale di Galoppo ha qualcosa da dire in proposito: «La prova che la moglie non volesse affidargli i figli, anche per le sole vacanze, è il decreto di citazione che la donna aveva presentato nei giorni scorsi, con il quale chiedeva una visita psichiatrica sui figli, per cui Galoppo era stato convocato in tribunale il 14 luglio, mentre sarebbe dovuto partire con loro in vacanza il 10 luglio scorso», e aggiunge: «Secondo me, la moglie, consigliata sulla tempistica di queste citazioni, voleva evitare che il marito partisse per le vacanze con i figli. E questa cosa per Galoppo forse è stata determinante per decidere di farla finita» (la Repubblica). Infatti: uccide e si uccide appena prima della desiderata vacanza.
Era violento Saverio Galloppo? Assolutamente no, affermano colleghi e conoscenti, ed anche il Questore di Genova. Nel lavoro non era una testa calda, ma era misurato, calmo, capace di un autocontrollo ferreo, di mediare anche conflittualità difficili. La leader del gruppo di protesta per la chiusura delle acciaierie di Cornigliano, Leila Maiocco, con la quale Galoppo si era confrontato in un contesto non facile, come rappresentante delle Forze dell’ordine, racconta: «era sempre conciliante e sensibile, quasi delicato» (Il Secolo XIX, 10 luglio 2003).
Eppure: a seguito della denuncia della moglie, a carico dell’ispettore era stato aperto otto mesi prima un fascicolo dove si ipotizzava l’accusa di lesioni e maltrattamenti. La madrina della figlia Sara conferma: «Tina è stata diverse volte all’ospedale. L’ultima volta (lui) le aveva rotto un dito». E le amiche e le colleghe di Assunta Russo: «si metteva le maniche lunghe, anche in piena estate. Doveva coprire i lividi». E ancora: «Mi diceva che aveva paura di suo marito specialmente dopo la separazione. Temeva per sé e per i suoi figli, e soprattutto temeva che l’uomo glieli avrebbe portati via» (Il Secolo XIX). E però nei confronti dei figli questo padre in guerra con la moglie non era violento. Lo esclude la madrina di Sara, rispondendo a una domanda del cronista. Mentre la testimonianza dell’amica dell’ispettore include nel ritratto a tinte forti di una coppia precipitata nel vortice di rancori e cattiverie reciproche, la violenza di Tina su Saverio: «Quando litigavano anche lei (la moglie, ndr) alzava le mani. Era una donna molto aggressiva. Qualche mese fa, in pieno giorno, ha aggredito e preso a calci e pugni Saverio in mezzo a via Cornigliano» (Il Secolo XIX). Anche Assunta Russo, infatti, era imputata di percosse nei confronti del marito e sarebbe dovuta comparire davanti al giudice di pace in ottobre (La Gazzetta del Sud).
La questione della violenza delle donne sui partner maschili è una realtà ignorata, sepolta dal mare magnum dei luoghi comuni e delle riflessioni stereotipate, in base alle quali, sempre e comunque, le donne hanno il ruolo delle vittime, gli uomini quello dei carnefici. In Italia, e in genere in Europa, né giornalisti né ricercatori, né tanto meno le istituzioni, oserebbero indagare l’altra faccia (scabrosa) della medaglia e, soprattutto, si guarderebbero bene dal divulgare i risultati. Nella patria (gli Stati Uniti) di quella iattura addormenta-coscienze che è il politically correct, invece, la reazione all’appiattimento degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, ha prodotto una reazione che dà spazio alle posizioni “dalla parte degli uomini”. E comunque l’America è sempre stata il paese di “tutto e il contrario di tutto” e vi ha sempre vigilato un certo spirito liberale che ha tenuto alta, per lo meno, la bandiera dell’oggettività. Così, nel 1998, una ricerca del Dipartimento di Giustizia del governo sulla violenza contro le donne (l’Against Women Survey) svelò che gli uomini assoggettati alla violenza domestica da parte delle mogli o conviventi erano il 40% circa dei casi totali di violenza. Negli stessi anni, una analisi condotta su oltre 77.000 casi dal Dipartimento di Psicologia dell’Università dello Stato della California ha riscontrato che le donne, con i propri partner maschi, sono violente quanto o più di costoro1.
Inoltre, per citare una pubblicazione che molto ci aiuta ad inquadrare la case history di Saverio Galoppo, esiste da tempo la descrizione di una “Sindrome della madre malevola nei casi di divorzio”, proposta dal professor Daniel Ira Turkat della Clinica Psichiatrica dell’Università di Stato della Florida (1995). Tra i comportamenti sindromici segnalati nelle donne divorziate, vi sono proprio l’eccesso di ingiustificate azioni legali contro l’ex partner, il tentativo di alienargli i figli e le gravi difficoltà poste nelle frequentazioni tra questi e il padre. Occorrerebbe, quindi, tenere conto in maniera equanime dei comportamenti eccessivi e dannosi di entrambi i partner coinvolti in una separazione difficile.
Invece: nella prima udienza di separazione (detta udienza presidenziale, che si svolge in presenza delle parti ma nella quale non vengono accettate dichiarazioni testimoniali), a fronte della richiesta di affidamento avanzata da entrambi i genitori, il giudice decise che Sara e Davide sarebbero andati a vivere con la madre. In base alla seguente motivazione: «L’esigenza di un immediato provvedimento che impedisca il ripetersi di episodi violenti» e non tenendo conto del fatto che Saverio Galloppo aveva fatto presente di essere stato anche lui oggetto di violenza (Il Secolo XIX).
Dal punto di vista garantista, la sentenza del giudice è criticabile, perché riflette il caso in cui un giudice civile emette una sentenza in base a prove che devono ancora essere accertate dal giudice penale. Ma occorre tener presente che nel nostro sistema giuridico, da un lato vige una preponderanza del “libero convincimento del giudice” rispetto all’esibizione e al riscontro delle prove, dall’altro – quando si tratta di giustizia matrimoniale – è possibile, e accettato, che il giudice civile consideri “prova” una denuncia di violenza, quando essa sia circostanziata e, a suo giudizio, inoppugnabile.
D’altra parte, nessuno saprà mai cosa sarebbe cambiato per lui, per Assunta Russo, per i loro figli, dopo la prima udienza, quando, negli ulteriori gradi dell’iter giudiziario fino al divorzio, Saverio Galloppo avrebbe potuto esporre le proprie ragioni con l’appoggio dalla presenza di testimoni. E però possiamo immaginare il peso di una terribile conflittualità legale, che può ripetersi progressivamente innescando conflittualità sempre più elevate, su un marito e padre che ha il terrore di perdere i figli amati e vive ostacoli nel poterli incontrare, che odia la moglie e non accetta di essere colpevole per ciò che gli viene imputato.
L’ultima citazione è da una delle lettere lasciate dall’ispettore prima di uccidere e uccidersi: «La giustizia che non c’è mi spinge a questo gesto. Fino a questo momento io ho servito lo Stato» (da Libero).
Effettivamente lo Stato italiano non ha trovato ancora un equilibrio normativo per contribuire a superare l’equivalenza padri separati-padri assenti, contro la propria volontà.
1 References examining assaults by women on their spouses or male partners: an annotated bibliography, Martin S. Fiebert, Department of Psychology, California State University, Long Beach, “Sexuality and Culture”, 1997, 1, 273-286.
martedì, giugno 20, 2006
Perche il papa' e' importante.
Why Dads Matter
By Mike McCormick and Glenn Sacks
A wealth of research confirms that fathers play a unique and important role in their children’s lives. Nevertheless, powerful forces in our society try to marginalize fathers. Unfortunately, these misguided individuals can be difficult to educate. With Father’s Day upon us, it’s worth another try.
The rates of the four major youth pathologies--teen pregnancy, teen drug abuse, school dropouts and juvenile crime--are tightly correlated with fatherlessness, often more so than with any other socioeconomic factor.
For example, according to a long-term study conducted in the United States and in New Zealand and published in Child Development, a father’s absence greatly increases the risk of teen pregnancy. The study found that it mattered little whether the child was rich or poor, black or white, born to a teen mother or an adult mother, or raised by parents with functional or dysfunctional marriages. What mattered was dad.
A Journal of Marriage and Family study found that the presence of a father was five times more important in predicting teen drug use than any other sociological factor, including income and race. A published Harvard review of four major studies found that, accounting for all major socioeconomic factors, children without a father in the home are twice as likely to drop out of high school or repeat a grade as children who live with their fathers. A Journal of Research in Crime and Delinquency study concluded that fatherlessness is so predictive of juvenile crime that, as long as there was a father in the home, children of poor and wealthy families had similar juvenile crime rates.
Adult children of divorce realize dads are important. A published Arizona State University study found that more than two-thirds believed that, after divorce, "living equal amounts of time with each parent is the best arrangement for children."
Nevertheless, fathers are often under attack by misguided women’s advocates. While fatherlessness is almost always blamed on irresponsible males, these advocates’ powerful influence over family law is also at fault. All family law and legislative battles over child custody issues involve the same fight--fathers want more time with their children, and their opponents fight to limit their role.
For example, several major branches of the National Organization for Women, including New York and Michigan, have recently issued Action Alerts against Shared Parenting bills. These Alerts rallied NOW’s supporters against moderate legislative attempts to help dads remain a part of their children’s lives after divorce or separation. NOW’s playbook is simple—portray divorced dads as a threat to their children’s well-being.
In this there is great irony—according to the U.S. Department of Health and Human Services' new report Child Maltreatment 2004, when one parent is acting without the involvement of the other parent, mothers are almost three times as likely to kill their children as fathers are, and are more than twice as likely to abuse them. Nevertheless, in both New York and Michigan NOW’s scare tactics succeeded.
The media’s fascination with cutting down dads is another part of the problem. For example, last fall former Stanford University gender scholar Peggy Drexler was acclaimed in many circles for her highly-publicized book Raising Boys Without Men: How Maverick Moms Are Creating the Next Generation of Exceptional Men. Drexler asserts that father-absent homes are often the best environments for boys.
Through her interviews with single mother and lesbian families Drexler concludes there’s no need to fear fatherlessness, because fatherless boys play sports and scrape their knees like other boys, and don’t turn out to be effeminate or gay. On that she’s probably correct. However, fatherless boys do often turn out to be juvenile delinquents, drug abusers and school dropouts. Yet few hailing Drexler’s research looked close enough to see that her assurances that fatherless boys “do fine” was based on the ludicrous notion that all that really concerns us is that these boys might turn out to be sissies.
Our society spends billions of dollars attempting to combat crime, drug abuse, teen pregnancy and dropouts, without meaningfully addressing fatherlessness, which plays a central role in creating them. There is no easy solution to these problems. There is also no solution possible without dads.
This article first appeared in the Houston Chronicle (6/18/06).
Mike McCormick is the Executive Director of the American Coalition for Fathers and Children, the world’s largest shared parenting organization. Their website is www.acfc.org.
Glenn Sacks' columns on men's and fathers' issues have appeared in dozens of America's largest newspapers. Glenn can be reached via his website at www.GlennSacks.com or via email at Glenn@GlennSacks.com.
domenica, giugno 11, 2006
L'applicazione della nuova legge
Commento alla legge n. 54 del 2006 (Avv. Marcello Bergonzi Perrone)
Commento alla legge n. 54 del 2006 (Avv. Eugenio Mete)
Giurisprudenza sull'affidamento condiviso
Una giornata di studi per addetti ai lavori.
Le nuove norme sono state apprezzate da tutti i presenti e considerate, finalmente, come norme a misura di bambino. «Per la prima volta si tiene conto del diritto e delle esigenze del minore» ha infatti commentato l'avvocato Lidia Asaro, specialista in Bioetica. «Fino ad oggi - ha anche aggiunto - le cause familiari sono sempre state trattate come cause di contenzioso. L'approccio dovrebbe invece essere diverso. Bisogna fare in modo che il minore sia danneggiato meno possibile dalla disgregazione della coppia».
Il Presidente del Tribunale di Caltanissetta Vittorio Lo Presti considera la legge un cambiamento quasi epocale: «E' una vera e propria rivoluzione sociale. E dovrebbe cambiare l'atteggiamento di magistrati, avvocati e genitori». Il magistrato si è poi soffermato sul nuovo ruolo assunto dalla figura paterna, considerata per lungo tempo assente nell'educazione dei figli.
giovedì, dicembre 29, 2005
SULL’AFFIDAMENTO CONDIVISO
“DISEGNO DI LEGGE SULL’AFFIDAMENTO CONDIVISO”
COMMENTI E PROPOSTE
Risvolti sociologici di questa riforma
Elvia FicarraResponsabile Osservatorio Famiglie Separate - GESEF
Il varo di una nuova normativa, che tenesse conto delle istanze dei genitori avanzate attraverso le associazioni, è attesa da anni. Ed ha ingenerato importanti aspettative.
Il clamore suscitato dai media intorno al testo licenziato dalla Camera in luglio ha determinato la convinzione che, finalmente, il diritto del bambino alla bigenitorialità sia culturalmente acquisito. E che la parità di doveri genitoriali, sia sul piano economico che educativo, sia finalmente riconosciuta.
Riceviamo quotidianamente decine di telefonate ed e-mail da parte di genitori – perlopiù padri – che si informano ansiosamente circa la data per l’approvazione definitiva.
La delusione per le nostre risposte, non in merito alla data, ma al contenuto della legge, è cocente. Soprattutto quando spieghiamo che il testo non sancisce l’affido condiviso in primis, che resta a discrezione del magistrato, ma traduce in normativa quanto di peggio l’attuale prassi giudiziaria ha .prodotto; che le sanzioni previste per il genitore ostacolante non hanno alcun effetto deterrente; che la conflittualità permarrà inalterata;
Se la riforma fosse stata bocciata, o rinviata, potrebbe ancora sussistere una speranza.
L’indignazione per il clamoroso raggiro, suscita commenti dai quali comincia a delinearsi lo scenario futuro.
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Lo Scenario Attuale
Non possiamo parlare del fenomeno separazione senza contestualizzarlo in un quadro sociale più vasto.
La nostra è “una società senza padri”.
Da Claudio Risé (Il padre:l’assente inaccettabile), a Rino Della Vecchia (Questa Metà della Terra), da Robert Bly (La società degli eterni adolescenti) a Gary Becker (premio Nobel per l’economia 1992) è un fiorire di analisi.
L’eliminazione del padre, quale canale di trasmissione di regole e valori che aiutano il figlio a maturare e responsabilizzarsi, è frutto di una necessità funzionale alle società avanzate. Dove la famiglia è ridotta a pura cellula economica.
Persino la riproduzione umana (bonus per i neonati) e la cura della prole viene monetizzata: infatti il testo di legge in esame prevede che, nel determinare l’entità dell’eventuale assegno a favore del genitore collocatario deve essere considerata la valutazione economica dei compiti di cura della prole. In pratica un genitore, per legge, deve essere remunerato dall’altro – non più convivente – per occuparsi del proprio figlio.
L’educazione, assistenza ed accudimento dei figli è demandata perlopiù ad agenzie esterne mentre le problematiche relazionali e di adattamento sono gestite dall’apparato medico/psicologico e socio/giudiziario.
Alle tradizionali funzioni della famiglia – tramandate attraverso le generazioni – si è così sostituito in maniera coercitiva lo Stato Sociale. Da cui gli individui, privati di forti legami affettivi e di una identità certa, isolati deresponsabilizzati e disadattati, si vogliono far dipendere.
Al punto che si è avvertita la necessità di istituire corsi che insegnano ai genitori come essere tali.
Il femminismo – parimenti funzionale al circuito produzione/consumo – ha strumentalizzato le donne con l’inganno di un potere che il nuovo modello familiare poteva loro conferire.
Mentre si celebra l’emancipazione da un ineluttabile destino biologico, la dottrina neo femminista della differenza predica una nuova mistica della maternità quale status sociale primario, perfettamente rispondente al principio economico di riproduzione.
L’identità femminile ne esce distrutta.
Scrive l’antropologa Ida Magli (Sesso e Potere, 1998): “Le donne….sono cadute nel facile, tragico inganno che il nuovo modello fosse di per sé la distruzione del vecchio…. la società puntella di volta in volta, con provvedimenti contingenti, contraddittori, perfino balzani, della magistratura o dei politici, i ruderi del vecchio assetto sessuale, matrimoniale, parentale, sociale. Ma al centro di questi ruderi ci sono le donne. Erano loro il mattone che era stato messo dai maschi a fondamento del palazzo. Tolto il mattone il palazzo è crollato. Prive di un qualsiasi progetto, di una qualsiasi immagine di sé, le donne vivono alla giornata, come se la libertà e il potere consistessero appunto nel non avere né progetti né mete”,
In tale scenario il fenomeno separazione/divorzio non poteva avere evoluzione diversa ed essere gestito altrimenti.
La conflittualità abilmente alimentata dall’esterno è funzionale all’ulteriore lacerazione delle relazioni familiari ed alla fissazione dei ruoli. Il padre reperisce le risorse. La madre le rivendica e gestisce i consumi. I figli crescono privi di validi modelli di riferimento con i quali misurarsi ed attingere forza, prestigio, sicurezza in se stessi e del proprio posto nella società; incapaci di scelte autonome assumono supinamente gli schemi consumistici loro imposti.
Si moltiplicano problematiche e devianze, ed il controllo dello Stato Sociale – attraverso i suoi apparati perlopiù al femminile- si rafforza.
Risvolti sociologici
Statistiche recenti indicano che i neo-papà italiani sono tra i più vecchi in Europa: l’età media alla nascita del primo figlio è 33 anni.
La popolazione giovanile per il 65% permane nella famiglia d’origine mediamente fino a 30 anni di età. Di questa fascia circa il 15% è già costituita da figli di genitori separati/divorziati.
Riteniamo che altrettanti abbiano fratelli o parenti più anziani già reduci da tale esperienza.
I giovani potenziali padri quindi – ironicamente definiti Peter Pan o eterni adolescenti - sono perlopiù a conoscenza di quale sia la condizione di genitori separati non affidatari, e delle conseguenze relazionali con i figli.
Inoltre, il dibattito cui la riforma dell’attuale normativa ha dato avvio fin dall’inizio della legislatura, ha ulteriormente messo in luce tale realtà, evidenziando come proprio la paternità responsabile venga ad essere emarginata e punita.
La Gesef opera con uno sportello di ascolto dal 1994: ha quindi una conoscenza approfondita della situazione, che contrasta spesso con le versioni ufficiali diffuse da altri enti.
I soggetti che si rivolgono alla nostra struttura sono per l’83% padri separati, di un’età compresa tra i 37 e 50 anni.
Tutti lamentano sofferenza per la frattura del rapporto quotidiano con i figli, nonostante le cure loro prodigate fin dalla nascita ed il profondo legame affettivo. Di questi oltre il 70% dichiara che, anche stabilita una nuova unione, non intende generare altri figli.
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Il dibattito intorno al fenomeno della denatalità verte – oltre che sulle problematiche della madre lavoratrice – anche sull’età tarda dei neo-genitori. Si omette però di considerare le conseguenze derivanti dalla separazione/divorzio, così come oggi vissute dall’elemento più debole della coppia: il genitore non affidatario
Considerato l’aumento esponenziale delle separazioni (richiesta dalle donne nell’70% dei casi) da una parte e la consapevolezza di una paternità responsabile dall’altra, sarebbe opportuno valutare quanto la denatalità sia riconducibile ad una volontà maschile, conseguente la combinazione dei due fattori.
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Il risvolto economico
Le conseguenze anche economiche della separazione/divorzio stanno determinando una fascia di nuovi poveri: sono i padri separati non affidatari con lo “stipendio fisso” dimezzato, gravati dal mutuo per una casa in cui non abiteranno mai più, oltre alle spese per una nuova sistemazione.
Se sono fortunati hanno almeno un genitore disponibile a riaccoglierli: taluni trovano ospitalità presso la Caritas. Altri dormono in macchina, quando ancora se la possono permettere.
Il 70% di coloro che si rivolgano a noi rientra in questa casistica.
Quasi tutti gli Enti locali, sull’intero territorio nazionale, finanziano - da decenni e con soldi dei cittadini - la Casa delle Donne o centro similare che presta aiuto a donne/madri in difficoltà. Il primo ed unico Centro di Accoglienza, dove i padri non affidatari possono incontrare e pernottare con i loro figli è sorto nei pressi di Bolzano due anni fa, per iniziativa privata, solo successivamente sovvenzionato dalla Provincia.
Questi nuovi poveri, comprensibilmente impossibilitati a metter su un’altra famiglia, vengono ignorati dalle statistiche ufficiali.
Le stesse che puntualmente registrano i casi di inottemperanza al pagamento dell’assegno di mantenimento per ex moglie e figli decretato dal Tribunale.
Casi che si moltiplicano di anno in anno. Parallelamente al moltiplicarsi delle denunce strumentali da parte del genitore affidatario contro l’altro.
Nell’80% delle situazioni di omissione infatti, l’inadempiente lamenta – oltre al depauperamento legale – il ricatto illegale da cui non esiste difesa: ovvero la “concessione” del figlio solo in cambio di laute mance extra sentenza.
E quando al posto della mancia arrivavano i carabinieri, scatta immediata la ritorsione: denuncia strumentale di maltrattamenti o abuso sotto l’insegna “il bambino ha raccontato che………”. Che la macchina giudiziaria anziché sanzionare utilizza per stritolare ulteriormente la relazione figlio/genitore bersaglio, a tutto vantaggio dei professionisti del circuito integrato.
C’è innegabilmente chi, previdente e ben informato, provvede per tempo a mettere al sicuro beni e risorse.
Indignarsi è superfluo: sarebbe più utile domandarsi perché padri disponibili in qualunque momento a spendere fortune per i propri figli, arrivano in tribunale improvvisamente spilorci e nullatenenti. E prendere atto che la frattura di coppia non può continuare a tradursi in una “punizione” che condanna un genitore idoneo e responsabile alla povertà, come l’attuale prassi comporta.
E di cui, ormai, c’è cognizione diffusa.
Si sta infatti profilando un fenomeno nuovo: i giovani maschi in procinto di sposarsi o diventare padri difficilmente risultano intestatari di un bene immobiliare/patrimoniale, anche quando la condizione della famiglia di origine lo consentirebbe.
Le risorse accumulate dalla generazione del boom economico si stanno esaurendo.
La flessibilità lavorativa degli ultimi anni ha azzerato la certezza dello “stipendio fisso”, mentre i costi abitativi sono quadruplicati: nessuna famiglia di nuova costituzione, appartenente alle classe media e medio/bassa, può farvi fronte senza un pregresso risparmio.
Anche la mistica del lavoro e del guadagno si è culturalmente dissolta: il tempo libero ha ormai una valenza esistenziale.
Scenari futuri
Quale impatto può avere su questa situazione il testo in esame se diventerà legge dello Stato?
Per i genitori separati non affidatari equivale ad un tradimento, che aumenterà ulteriormente lo scollamento tra cittadini ed istituzioni politiche e giudiziarie.
Per i separandi equivale ad affilare le armi, facendo proprie quelle fin qui utilizzate da una sola parte.
Le accuse diventeranno reciproche: la cronaca offre purtroppo argomenti convincenti per colpire quel fronte che finora sembrava essere immune da qualunque attacco.
I figli continueranno ad essere le vittime sacrificali, oltreché strumenti di guerra.
I giovani, cresciuti in ambienti gestiti perlopiù al femminile (la baby-sitter, l’educatrice, la maestra, l’insegnante, la pediatra ecc.), sono alieni dal senso di colpa che ha marchiato la vita dei loro padri e dei loro nonni: non si sentono affatto in debito ne confronti delle coetanee, anzi.
La ribellione no-global si sta estendendo a qualunque tipo di autorità: gli adulti di domani, depositari di diritti indiscussi e paritetici, molto meno dei doveri, difficilmente saranno disposti ad accettare una discriminazione di genere perpetuata da una legge beffa. Una legge che anziché premiare le responsabilità genitoriali, a tutto vantaggio dei figli, avrà l’effetto di disincentivarne l’assunzione.
Le famiglie separate del futuro imminente saranno ancora più sole e sicuramente più povere.
L’assegno di mantenimento, oggi principale bandiera rivendicativa, sparirà dal vocabolario forense.
I padri, senza stipendio fisso, con occupazioni flessibili, sforniti di proprietà, non solo non saranno più ricattabili, ma certo non si affanneranno ad elemosinare la salvaguardia del ruolo genitoriale. Orfani di un modello cui riferirsi poiché cresciuti in una società senza padri, probabilmente saranno i primi a scappare di fronte alle più banali difficoltà.
Le madri dovranno contare solo su se stesse, al massimo sulle nonne: lo Stato Sociale sta già esaurendo le risorse destinate ad elargire benefits di varia natura.
Saranno le donne, questa volta, a manifestare in massa davanti al Parlamento per chiedere una legge che garantisca finalmente parità di ruoli e responsabilità genitoriali.
I bambini continueranno a pagare per tutti. Grazie anche ad una legge che qualcuno ha definito bambinocentrica.
Questa era forse l’ultima occasione per restituire pienezza alla bigenitorialità.
L’abbiamo persa: il DDL 3537 è la quintessenza del conservatorismo e della stoltezza di una classe politica pronta a qualunque compromesso, ma incapace di interpretare il futuro.
Non è emendabile. Occorre ricominciare da capo: che i legislatori si siedano intorno ad un tavolo ed ascoltino demografi, psicologi e sociologi indipendenti, ovvero non legati a scuderie di partito o interessi di bottega.
Ma soprattutto che ascoltino umilmente i cittadini, i genitori: a beneficio dell’infanzia e della famiglia, in primis, ma anche della società e della politica che pretende di rappresentarla.
giovedì, settembre 29, 2005
Chi ha bisogno di un padre?
By Dr. James C. Stroud and Fr. Brian A. Dudzinski
In 1994, approximately 19 million children, from all social strata were being raised in homes where no father figure was present. Over 50% of all children who were born in 1992 and later will spend part of their growing years living with only one parent, and in 90% of those cases the child will live apart from the father.4 Fatherlessness is a growing enigma for our society. From national satellite broadcasts, state conferences sponsored by governors and other politicians, local organizations and churches many individuals are recognizing the urgency of bringing back responsible fatherhood and fathers to the family.
This article will address the growing statistical evidence that supports the role of the father as important. The five myths that are prevalent in our society will be outlined. The benefits of father presence and child development will be discussed.
Statistics of fatherhood in USAAbout 40% of U. S. children will go to sleep in homes in which their fathers do not live. Over 50% of our nation’s children are likely to spend a significant portion of childhood living apart from their fathers. Never before in this country have so many children been voluntarily abandoned by their fathers. Never before have so many children grown up without knowing what it means to have a father.5 Wade Horn, National Fatherhood Initiative, recently identified the top ten father facts.
An estimated 24.7 million children (36.3%) live absent their biological father.
There are almost 17 million children (25%) living with their single mothers.
1.25 million or 32% of all births in 1995 were out-of-wedlock.
Today nearly 4 out of 10 first marriages end in divorce, 60% of divorcing couples have children, and over one million children each year experience the divorce of their parents.
One out of every six children is a stepchild.
There are nearly 1.9 million single fathers with children under 18.
4 out every 10 cohabiting couples have children present and of children born to cohabiting couples, only 4 out of 10 will see their parents marry. Those who do marry experience a 50% higher divorce rate.
26% of absent fathers live in a different state than their children.
About 40% of the children who live in fatherless households haven’t seen their fathers in at least a year while 50% of children who don’t live with their fathers have never stepped foot in their father’s home.
Children who live absent their biological fathers, on average, are more likely to be poor, experience educational, health, emotional, and psychological problems, be victims of child abuse, and engage in criminal behavior than their peers who live with their married, biological mother and father.6
Figure one further depicts the “disappearing dad” phenomena in our country.
DISAPPEARING DAD
US Kids Living With 1960
Father and mother 80.6%
Mother only 7.7
Father only 1.0
Father and stepmother 0.8
Mother and stepfather 5.9
Neither parent 3.9
1980
62.3%
18.0
1.7
1.1
8.4
5.8
1990
57.7%
21.6
3.1
0.9
10.4
4.3
Sources: America’s Children by Donald Hernandez, U.S. Census Bureau. Because statistics are from separate sources, they do not total 100%.7
Myths of fathers in USA “For the Lord sets a father in honor over his children; a mother’s authority he confirms over her sons” (Sir. 3:2).
“There are five myths about fathers that have been perpetuated in the United States.
The first myth is the father as a biologically unfit parent.
Margaret Mead once said that fathers are a biological necessity but a social accident. Fathers are viewed primarily as the breadwinner and the disciplinarian in our society. This idea of fathers being “accidental” was challenged by numerous individuals such as Bowlby, 1977; Pruett, 1987; Brodzinsky & Schechter, 1990; Lamb, 1981; and Parke & Brott, 1999. Fathers are not only a biological necessity, but also a social absolute.
The “dangerous father” is the second myth. There are individuals (French, Brownmiller, Dworkin, Faludi, and Wolf) who have informed us that men by their genetic make-up pose a real and valid threat to the female adult and to all children. This myth is perpetuated by Child Protective Service (CPS) workers, the media culture, and skewed and falsely reported statistics. Further, “women are just as likely as men to hurt a child, and of the people who physically abuse their own children, 60 % are mothers.” However, this is not the norm, and as long as this is a prevailing attitude, this idea can become self-fulfilling whether by the fathers or the mothers who have this attitude.
The third myth is the “lazy dad.” Hochschild (1989) made the chilling claims that men perform only seventeen minutes of household-related work a day compared to their counterparts’ three hours a day, and that fathers interact with their children only twelve minutes a day compared to mothers’ fifty minutes. McBride & Mills (1993) found fathers interact with their children on average 1.9 hours each day Monday through Friday and 6.5 hours per day on Saturday and Sunday, making the amount of time 83% of the time of the mother. Further, they found fathers to be available on average of 4-9 hours per day Monday through Friday and 9.8 hours per day on Saturday and Sunday, totaling 82% of the time of the mother.
In myth number four fathers are seen as “dead beat dads.” Have these men really run away from their families or are they being chased away? Does a “dead beat dad” really exist? Governmental agencies are quick to point our statistics of the run-away or deadbeat dad, but negligent in accepting part of the responsibility of this phenomenon. Due to court decisions, lack of father support, accusations of spouses, and denial of welfare payments to women if there was a man around the house have forced men from the very role many government officials are now touting as crucial . . . the fatherhood role! Recent legislation, sponsored by Senator Pete Dominici, R-N.M. and Senator Evan Bayh, D-Ind., entitled “Fathers Count” passed the House by a vote of 328-93. The primary purpose of this legislation is to assist men in becoming responsible fathers. The legislation will offer grants for numerous initiatives. The bill is pro-marriage. It offers two-parent, at-risk families incentives for fathers to assist their children and become more involved parents.
The fifth myth is the “bumbling father” or the “useless father.” Parents looking for books with positive father role models, other than the traditional disciplinarian and breadwinner are pretty much out of luck. The media supports the bumbling and useless father myth (“choosy mothers choose Jif”; “recommended by Dr. Mom”; Kix is “Kid tested, mother approved”). Fathers are depicted as inept in the areas of nurturing and caring (Three Men and a Baby; Home Improvement, Mr. Mom, etc.). Additional portrayals of fathers by the media include the “rotten father” (First Wives Club), the “non-committed” or “stay-away” father (Bambi), and the “not needed” father (The Big Chill; E.T. the Extra-Terrestrial).
On Father’s Day many negative articles about fathers are published (“Disappearing Dads Disruptive to Society,” “Where Have All the Fathers Gone?” and “Deconstructing the Essential Father”), but the most poignant story to represent the “useless father myth” is the following, a cartoon depicting a 5 year-old girl looking at the calendar and noticing “Father’s Day” asks her mother, “what is a father?”
Importance of fathers in child developmentFathers and Cognitive Development Numerous investigators have examined the important role a father plays in his child’s cognitive development. A positive relationship has been found between the amount of social stimulation (rocking, talking, looking, touching) and an infant’s level of mental ability. In addition, research findings suggest that a father’s presence affects the cognitive development of his son in early infancy; baby boys whose fathers live with them score higher on cognitive measures than baby boys whose fathers are absent. The amount of interaction between a baby boy and his live-in father also affects the infant’s intellectual growth; more frequent contact is associated with higher scores on cognitive development scales.
Research further indicates that a father’s availability, as well as a father’s presence or absence, affects older children’s academic performance. In a study of third-grade boys, Blanchard and Biller (1971) concluded, “underachievers, who were working below grade level, came from homes where the father had left before the child was 5. The superior academic performers were the boys whose fathers were present and highly available.”
A survey of over 20,000 parents found when fathers are involved in their children’s education including attending meetings and volunteering, children were more likely to receive an A, enjoy school, participate in extracurricular activities, and less likely to be retained.
Fathers and socio-emotional developmentIn early infancy, the quality of the relationship between a father and his child affects the baby’s ability to socially interact with other adults. Findings from studies involving infants as young as five months old suggest a positive relationship between a baby boy’s contact with his father and the infant’s _expression of friendliness toward a strange adult; baby boys who have more contact with their fathers are friendlier, more vocal, more willing to be picked up, and enjoy frolic play more than sons who have less involved fathers.
During the preschool years, a father’s consistency in discipline is further related to his child’s socio-emotional development. In a study conducted by Baumrind (1967), paternal consistent discipline was associated with likable, autonomous, imaginative, and confident behavior in boys, and well-socialized, friendly, and dependable behavior in girls. Children in single-parent families are two to three times as likely as children in two-parent families to have emotional and behavioral problems.
Fathers and physical development
Most studies conducted in the area of fathers and the physical development of their children have been focused on the issue of how fathers play with their children. A general conclusion from this research is that fathers are not only more likely than mothers to be an infant’s play partner, but also the type of play initiated by fathers is different than that provided by mothers. Fathers tend to engage their infants in physically stimulating and unpredictable or idiosyncratic types of play. Mothers, meanwhile, are more likely to initiate conventional games (like peek-a-boo and pat-a-cake) and toy-mediated play. This paternal play style undoubtedly fosters an infant’s physical competence by providing opportunities for exercise and gross motor development. Physical contact is a sign of being wanted and is an important means of communicating our presence to others.
Fathers and spiritual developmentThe father has traditionally been the one, from Old Testament times until present day, whom the family looks to for strength and leadership. Like anything else, there are exceptions. We have to be careful that we do not let the exceptions be seen as the rule. In the times and society we live in today the father is not always the spiritual leader, the mother is. The mother plays a very special and important role in the spiritual formation and development of her children, but when both mother and father take an active role in this development the effectiveness is profoundly greater.
The mother is very influential in “molding” the spirituality of the children, but the father is the one that enables it to harden and take its final shape. Without the father’s support and leadership the pot will “crumble.”
A child needs both parents, if possible, to set him solidly on the right spiritual path. Single parents can accomplish this task, but without both the father and mother it becomes even more difficult.
SummaryNumerous governmental agencies; politicians; religious, community and civic leaders; educators; health care workers; and others are calling for a national effort to bring back responsible fatherhood. There has been a proliferation of material written in the past five years on the topic of the importance of fathers and fatherhood.
David Blankenhorn (1995) offered twelve proposals to assist the fatherhood movement. His first proposal is in the form of a pledge that every man should take:
Many people today believe that fathers are unnecessary. I believe the opposite. I pledge to live my life according to the principle that every child deserves a father; that marriage is the pathway to effective fatherhood; that part of being a good man means being a good father; and that America needs more good men.
Blankenhorn stated that numerous religious leaders have abdicated the entire issue of marriage to divorce lawyers. Some clergy have lost interest in defending and strengthening marriage. Others cite that they are concerned about offending church members who are divorced or unmarried.
Additionally, the National Fatherhood Summit (Washington, D. C.) recommendations of June 1998 call on faith-based communities to assist in bringing fathers back to their families. State initiatives such as “Building Bright Beginnings” in Indiana are recognizing fathers do count. Current right and left political platforms are addressing the urgency of children growing up without fathers in their lives. Many are calling on the church to lead the return of fathers to their children.
God has placed great emphasis on the important role of fathers. “Scripture teaches that a father has many roles. Among them: he is the head of the family (Joshua 24:1); he is to be the family’s teacher and is responsible for seeing that family life is in accordance with God’s instructions (Deut. 6:7, 20ff); he is to be a respected authority in the family (Exod. 20:12), the family’s priest (Exod. 12:3), and the family’s provider and protector (1 Tim. 5:8).”
Fathers: Who needs them? We all need fathers. Society should values them, include them, and encourage their involvement in their families.
Resources
National Fatherhood AssociationsNational Fatherhood Initiative National Center on FatheringNational Center on Fathers and FamiliesSt. Joseph’s Covenant KeepersPromise Keepers
Web Sites
www.nfi.org
www.ncf.org
www.dads.org
www.about.com
http://www.fathermag.com/
Gli effetti persistenti del divorzio
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Divorce's lasting effects By Cheryl Wetzstein
THE WASHINGTON TIMES
Published September 27, 2005
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Even though adult children of divorce often appear well-adjusted and successful, their childhoods were profoundly scarred by their parents' breakup, a study finds. The "untold story" of divorce is that it forces children into a strange new childhood that is filled with stress, secrets and fears about safety, says Elizabeth Marquardt, author of "Between Two Worlds: The Inner Lives of Children of Divorce." Many researchers say that if children "don't end up drug addicts in the street," it means they are just fine and the divorce wasn't a problem for them, says Mrs. Marquardt, who is one of roughly 15 million Generation Xers -- or one in four persons ages 18 to 35 -- whose parents divorced. "But just because you've managed to survive something and come through it OK doesn't mean at all that the experience was no big deal. ... As a society, we still have not grasped just how radical divorce really is," says Mrs. Marquardt, a scholar at the Institute for American Values in New York. Her advice to parents is to fight harder to save their marriages instead of opting for a "good divorce." "While a good divorce is better than a bad divorce, it is still not good," she says. Mrs. Marquardt's views collide with those of the booming divorce industry, which maintains that "the way" parents divorce is more important than the divorce itself. "Ending a marriage is a painful, wrenching process that shakes up the family's foundation, but it doesn't follow that the family itself is broken," sociology professor Constance Ahrons wrote in her 2004 book, "We're Still Family: What Grown Children Have to Say About Their Parents' Divorce." In her study of 173 adult children of divorce, Ms. Ahrons found that most of the children had blossomed into effective adults who were connected to their families. Three-quarters thought they and their parents were better off because of the divorce. "How you rearrange the ingredients -- how two new households are built from the original foundation -- is the key to the family's future," concluded Ms. Ahrons, a divorcee who coined the phrase "The Good Divorce" in her 1994 book of that title. Divorce rates have been edging down nationally. In 2004, there were 3.7 divorces per 1,000 persons, compared with 3.8 divorces per 1,000 in 2003 and 3.9 divorces per 1,000 in 2002, according to the National Center for Health Statistics. In 2004, this translated into about 800,000 divorces, far fewer than the 1 million-plus a year recorded for much of the 1970s, 1980s and 1990s. But 800,000 divorces a year is still a formidable number, which is why most academics and counselors accept widespread divorce as inevitable and focus on helping couples create amicable or "good" divorces. "I think divorce looms large for all children, but I don't think it's a huge handicap," says Vicki Lansky, author of many divorce-related books, including "Divorce Book for Parents: Helping Your Children Cope with Divorce and Its Aftermath" and "It's Not Your Fault, Koko Bear." "Most people understand that divorce is problematic for their children, but studies have also shown that an unhappy family or a family with a lot of yelling or anger is as much, if not more, detrimental to a child ... than divorce," says Ms. Lansky, who divorced many years ago. She prescribes divorce education so parents won't keep fighting after the breakup, and arrangements that give both parents access to their children. It would also help if the nation would stop hyping the "whole nuclear-family fantasy" and how children deserve "perfect lives," Ms. Lansky adds. "I don't think anybody has perfect lives," she says. "Family configurations are so different today, and I think it's wonderful. I think we need more family, not less. ... The more, the merrier." Mrs. Marquardt says her study is unique because it captures the inchoate impact of divorce -- the dismay, longing, discomfort, anger and worry that children experience, but often can't put into words. With help from University of Texas at Austin professor Norval Glenn, she surveyed or interviewed more than 1,500 adults, ages 18-35, half from divorced families and half from intact families. Her research shows that children of divorce learn to: •Worry about child abuse, sexual abuse and parental kidnapping. •Worry about their "stuff," because it is often lost in the constant traveling. •Wonder about religion and God, owing to the mixed messages they receive from their parents. •Become "chameleons," because they must figure out how to function in their parents' often starkly different worlds. •Become vigilant about parental moods. •Become a keeper of secrets, especially those of their parents. •Handle a parent's subsequent remarriage and/or divorce. For most children, the most dramatic change is going from being a member of one, intact family to being a part of two or more families with ever-changing rosters of parental lovers, relatives, stepparents and stepsiblings, says Mrs. Marquardt. Any sense of "belonging" is lost because "as children of divorce, we became insiders and outsiders in each of our parents' worlds," she said. Mrs. Marquardt, who is married and a mother, says she is not calling for an end to divorce or trying to make divorced parents, including her own, feel bad. Her message is that two-thirds of divorces occur to couples who have unhappy but low-conflict marriages. "I urge parents to think harder still" about ending those marriages, she says. "A lot of people in an unhappy marriage can get happier in their marriage." Speaking for herself and other members of "the first generation" of Americans to grow up in a society where divorce is prevalent, Mrs. Marquardt adds: "This is what we want: a home, strong marriages, wholeness, understanding of our true experience and a secure world for our children -- one world." Copyright © 2005 News World Communications, Inc. All rights reserved.
venerdì, agosto 05, 2005
Rivalsa isterica ovvero l'acting out dei problemi psicologici in azioni giuridiche
Mario Andrea Salluzzo
Attualità in Psicologia, Vol. 19, n.3-4, Lug.-Dic. 2004, pp. 221-235.
Siamo lieti di segnalare ai frequentatori del nostro sito l’articolo di Mario Andrea Salluzzo, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Attualità in Psicologia.
Psicologo operante nel Servizio Sanitario Nazionale da oltre 10 anni, Salluzzo si occupa da alcuni anni delle tematiche legate alla separazione. Altre sue pubblicazioni sono comparse nel 2004 sui notiziari dell’Istituto di studi per la paternità e dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica.
L’autore, dopo aver presentato un quadro generale del problema, si addentra appassionatamente nella sofferenza della separazione, nelle difficoltà del rapporto coi figli, nelle dinamiche psicosociali, nella responsabilità delle classi professionali implicate, nei metodi psicologico-psicoterapeutici, toccando, infine, anche il tema controverso delle riforme legislative.
In particolare, ci è sembrato interessante l’estensione del concetto di acting out - derivante dalla teoria della psicoterapia - al fenomeno della conflittualità giudiziaria nelle famiglie separate. Riportiamo, pertanto, l’intero paragrafo che l’autore ha dedicato al tema dell’acting out giudiziario.
L’acting out giudiziario
Il concetto di acting out deriva dalla teoria delle psicoterapie dinamiche (Freud S., 1914). Esso sta a designare, in sintesi, tutta quella serie di comportamenti, che possono essere impulsivi, o comunque caratterizzati da rimozione e/o scarsa mentalizzazione - mancata metabolizzazione della funzione alfa, secondo la teoria di W. R. Bion (1962) - tesi a risolvere in modo improprio, all’esterno del contesto psicoterapeutico, un disagio di origine psicologica. Il soggetto crede genuinamente di adottare strategie più adeguate ad affrontare il disagio, in realtà sta solo perpetuando all’infinito comportamenti distruttivi e cronicizzanti il proprio e l’altrui malessere. In questo caso, l’agire diventa un impedimento alla comprensione della natura psicologica del problema. Così facendo, gli ex coniugi possono adire irriflessivamente – gli psicoanalisti lo definirebbero “un agito” (acting) – alla separazione e continuare a confliggere per anni – a volte vita natural durante – utilizzando il sistema giudiziario in modo perverso, come palcoscenico cioè dove rappresentare il loro disagio, nella illusoria speranza di una riparazione delle proprie sofferenze.
Difatti la giustizia è inadeguata a svelare le cause psicologiche del conflitto, né può prescrivere l’amore, la comprensione o il benessere familiare. Inoltre, al disagio irrisolto che ha spinto la coppia a dividersi, si aggiungono altri disturbi psicopatologici accessori, che potremmo equiparare a delle nevrosi da indennizzo (Giberti F, Rossi R., 1983). Sono quelle che spingono gli ex coniugi a rivendicazioni infinite nel vano tentativo di vedersi riconosciuti i torti inflitti dall’altro. Ma la valutazione di tali torti spesso si rivela essere critica, in quanto, a volte, solo nella loro soggettività risultano essere tali, oppure, qualora realmente esistenti, potrebbero essere tuttavia difficilmente dimostrabili. L’interesse di prevalere nelle contese giudiziarie e le reazioni psicopatologiche, inevitabilmente, inquinano i resoconti dei contendenti. Alcuni autori parlano a tale proposito di “fattoidi” (de Cataldo, 1997) per designare la natura incerta di quanto riferito da chi è sottoposto a interrogatori o perizie in ambito giudiziale. Come se non bastasse, anche l’inevitabile soggettività dei periti nominati come C.T.U. nei vari procedimenti giudiziari contribuisce a rendere più incerti e insoddisfacenti i giudizi. I periti, infatti, hanno formazioni psicotecniche diverse e possono fornire al giudice versioni anche contrastanti di uno stesso caso, a seconda della loro preparazione. Di conseguenza, il riconoscimento dei torti da parte dei magistrati potrebbe diventare impossibile, con l’indesiderato effetto di vedere il permanere dell’insoddisfazione in entrambe le parti per lunghi anni.
Infine - anche a causa della intrinseca natura dei provvedimenti, che tipicamente prevedono pene, limitazioni, sanzioni, risarcimenti a carico di una delle parti, con la conseguente tendenza delle parti a falsificare i propri atteggiamenti e resoconti sui fatti accaduti - il sistema giudiziario può solo generare il più possibile l’evitamento della comprensione interiore dei fattori psicologici che hanno ridotto gli sfortunati protagonisti della vicenda al fallimento del loro progetto di vita in comune. Perché di questo si tratta: la separazione e il divorzio, in misura variabile da caso a caso, sono spesso un evento traumatico, un fallimento, e chi non vi fosse preparato può giungere alla disperazione e soccombere. I disagi familiari che esitano in stragi e suicidi sono fin troppo spesso materia di cronaca.
Chi si separa spinto da una impellente esigenza, senza aver sufficientemente elaborato una meditata decisione, spesso è afflitto da uno stato penoso di disagio che gli rende impossibile comprendere cosa gli stia accadendo. Preso dal bisogno di eliminare al più presto una sofferenza insopportabile a cui non è abituato, finisce col riporre nei metodi giudiziari una fiducia ingenua, guidato dall’illusione di una rapida risoluzione dei problemi personali e di organizzazione della vita provocati dai disagi di coppia. Gli avvocati non sempre hanno la preparazione o l’intuito psicologico per spingere i loro clienti a riflettere, né il potere, ovviamente, di indurli a farlo. Né è loro compito identificare la natura psicopatologica del conflitto. Spesso condividono coi loro clienti la stessa mentalità orientata alla risoluzione rapida e indolore. Così facendo finiscono col colludere con il cronico ed irrisolvibile prolungarsi del conflitto e delle cause che l’hanno generato. Che la soluzione legale sia facile da elaborare mentalmente e rapida da ottenere è fuor di dubbio, che sia efficace non è possibile prevederlo, ma solo ottimisticamente o magicamente attenderselo. Non esiste alcuna garanzia che la via giudiziale intrapresa non si trasformi in un iter perverso irreversibile.
Per non parlare del fatto paradossale – che completa il quadro di quella che si potrebbe definire la perversione dell’acting out giudiziario – che il sistema della giustizia, a cui ricorre la coppia in conflitto, è esso stesso basato sul conflitto e che, come tale, può solo inasprire lo stress e provocare un cronico prolungarsi di reazioni psicopatologiche. Assurdamente, l’intervento della giustizia viene utilizzato dagli ex coniugi per mettere in atto, in forma legalizzata, una serie di violenze, estorsioni e ritorsioni reciproche, vanificando quindi l’intendimento risanante, non solo della legge sul divorzio, ma anche quello delle altre leggi finalizzate alla limitazione delle violenze familiari.
L’esperienza clinica dimostra che le coppie conflittuali possono rimanere avvinghiate in un odio implacabile per decine di anni se non per tutta la vita; e che la tanto vagheggiata liberazione dall’altro, che a questo punto potremmo identificare come guarigione dai propri disagi psichici, di cui gli ex coniugi sono prigionieri, diventa impossibile, essendo entrambi inestricabilmente congiunti in un abbraccio mortale (Main T., 1966) che gli impedisce di ritrovare l’apertura psicologica per mentalizzare il passato e il presente, finendo col perdere la fiducia e l’entusiasmo per prospettare pienamente una vita futura. Una volta distrutta la fusionalità dell’eros, i coniugi restano uniti – più di prima – nella fusionalità dell’odio.
Ci troviamo in una situazione simile a quella che negli anni sessanta Franco Basaglia (1968) denunciava a proposito della violenza nelle istituzioni psichiatriche. Gli operatori della psichiatria sapevano benissimo a quali disumani trattamenti venivano sottoposti i malati di mente, ma tutto rientrava nella logica dell’establishment e finivano per non farci più caso, perché il loro ruolo professionale veniva riconosciuto dalla società solo in quel senso. In altri termini, per difendere il proprio assetto identitario, era più forte il bisogno di aderire al consenso sociale, sancito dalle leggi dello Stato, piuttosto che farsi carico della reale sofferenza dei malati. Cosi come avveniva per i malati di mente ospedalizzati, così, quando le famiglie in crisi entrano nel sistema della giustizia avviene lo stesso processo di destorizzazione e oggettivazione descritto da Basaglia.
I soggetti trattati dagli strumenti tecnici delle istituzioni giudiziarie perdono il loro ruolo personale di artefici del proprio destino per essere soggiogati alla logica del potere di leggi non rispondenti alle esigenze e alla effettiva configurazione del fenomeno su cui devono andare ad operare. Il ruolo degli operatori della giustizia finisce con l’essere solamente acquiescente nei confronti di un sistema che applica impassibilmente le sue leggi, incurante dei danni che provoca. Gaetano Giordano (3° Rapporto Nazionale Eurispes-Telefono Azzurro sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza) non esita a parlare di family chopping nel considerare la distruzione delle relazioni affettive fra genitori e figli, e il marcato disagio sociale e individuale che ne consegue, come caratteristica emergente della gestione giudiziaria delle separazioni coniugali.
Il movimento psichiatrico riformista degli anni sessanta sottolineava che il decorso della malattia mentale degli internati non apparteneva primariamente a questa, come la scienza psichiatrica voleva lasciare ad intendere, ma che il decorso della malattia era la diretta conseguenza dell’incontro tra l’evento della malattia e l’istituzione deputata a curarla.
Nel nostro caso ci veniamo a trovare di fronte ad un sistema dove le coppie in difficoltà entrano per ricevere giustizia e risanamento della loro vita, ma finiscono col trovare in molti casi solo disagio aggiuntivo - quindi iurigeno - e compromissione del benessere psichico per le generazioni future. Viene spontaneo domandarsi se ci troviamo solamente di fronte ad una psicopatologia della coppia, o al suo maligno aggravamento provocato dalla prassi e dalle normative del sistema sociogiuridico. E’ fuor di dubbio l’inintenzionalità di nuocere dei magistrati e delle categorie (avvocati, consulenti, assistenti sociali, ecc.) collusivamente coinvolte nei meccanismi perversi su esposti, ma è pur vero che essi vi partecipano spesso con consapevolezza, ben sapendo che il loro operato può comportare un’ulteriore sofferenza. Questo, agli occhi della società, non li rende perciò incolpevoli, ma responsabili in solido – potremmo dire – con il sistema in cui svolgono la loro attività. Potrebbero fare altrimenti, iniziando a superare il vissuto di ineluttabile sottomissione all’ordinamento vigente e cominciare a ribellarsi all’idea di sentirsi obbligati a trasferire nella loro attività tutti gli errori di fondo del sistema in cui operano. Invece continuano ad attuare ciò che potrebbe definirsi una sorta di follia legalizzata.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
3° Rapporto Nazionale Eurispes-Telefono Azzurro sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza.
Basaglia F. a cura di, (1968) L’istituzione negata, Giulio Einaudi Editore, Milano.
Bion W. R., (1962) Apprendere dall’esperienza, (1972) Armando, Roma.
de Cataldo L., (1997) L’esame del minore, Quaderni ISISC, n. 13, pp.119-149; citato in Giorgi R., Madre Teresa non ha sposato Hitler, Associazione Italiana di Psicologia Giuridica, n. 14, pp.5-7, 2003.
Freud S., (1914) Ricordare, ripetere e rielaborare, (1975) Opere, vol.7, pp.353-361, Boringhieri, Torino.
Giberti F., Rossi R., (1983) Manuale di Psichiatria, Piccin, Padova.
Main T., (1966) Una teoria sul matrimonio e le sue applicazioni pratiche, Interazioni, n.1/1993, pp.81-107.
Si ringrazia la casa editrice E.U.R. Edizioni Universitarie Romane per aver gentilmente concesso la pubblicazione di questo estratto dalla rivista Attualità in Psicologia.